Il triangolo della barba – Capitolo 2: Boston

Il triangolo della barba – Capitolo 2: Boston

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Il triangolo della barba – Capitolo 2: Boston

Mi alzo presto e mi dirigo verso la stazione degli autobus nel centro di Manhattan. Per muovermi uso il greyhound, la compagnia di bus a basso costo, che permette realmente di girare tutta l’america.

Sono le 5 del mattino e zaino in spalla mi dirigo verso la metro.

Deserta, fa impressione, sembra di essere in uno di quei film post apocalittici. Un po’ guardingo mi muovo verso le scale che portano al binario, vedo qualche individuo strano quà e là, mi guarda direttamente o di sottecchi, comunque sia mi sento osservato.

Testa bassa e cappuccio, spero solo che stiano ammirando la mia barba, nemmeno tiro fuori la spazzola per paura che possa succedermi qualcosa. Si, lo so, sono paranoico, ma sono pur sempre uno straniero in una metropoli gigantesca dove c’è quasi un omicidio al giorno. Sono decisamente esagerato infatti nessuno si cura di me e arrivo alla stazione degli autobus in tempo. Prima di montare noto, ad uno dei gate, una famiglia che sembra proprio essere amish, il padre ha davvero una gran bella barba ma non indugio per tre motivi: sono timido, sono in ritardo e so che gli amish amano rimanere isolati, per i fatti propri (in effetti mi chiedo cosa facciano qui nella grande metropoli).

Me ne curo il giusto e vado avanti, mostro il biglietto e monto su.

Mi siedo in uno dei posti liberi e accanto a me si siede un’assonnata signora afroamericana dalle dimensioni di due persone, davvero non è una descrizione offensiva, sta a malapena nel sedile e occupa anche il mio spazio vitale. Decido che l’unica cosa da fare è dormire e mi appoggio al finestrino.

Mi sveglio e senza sapere come mi trovo appoggiato alla signora, frastornato mi scuso e lei sorride.

Siamo arrivati, scendo, sono a Boston Massaschuttes e in testa parte “I’m shipping up to Boston” dei Dropkick Murphys, film sulla mafia con Di Caprio, che adoro, e che è proprio stato girato in città.

Mi avvio verso l’alloggio con un taxi, unica volta che lo userò ma volevo provare l’ebbrezza. Sono molto centrale e molto vicino al mio barber nei dintorni del piccolo Peter’s park.

L’alloggio è carino, piccolo e pulito, il tempo di sistemarmi e mi butto in strada. Passo prima di fronte al barber – che nello specifico è Tweed Barbers of Boston – prendo un appuntamento per il giorno successivo e già mi emoziono nel vedere quanto è classico.

Chiudo gli occhi e vado alla scoperta della città più irlandese d’America. Boston, sarò sincero, è veramente una bellissima città, ricca di storia e di scorci meravigliosi che mescolano il vecchio con il nuovo, una delle cose più emozionanti è la Freedom Trail, un percorso marcato al suolo da delle targhe e placche con 16 attrazioni storiche, il percorso è segnato sia sui marciapiedi che sui muri: stupendo.

North End poi è un quartiere stupendo, uno dei più vecchi di Boston e mantenuto ancora in vita in virtù della sua storia, il quartiere mantiene tutt’ora – a detta dei cittadini – un odore di melassa (io non l’ho sentito ma ho sempre il naso tappato) perché nel 1919 un contenitore di melassa di uno zuccherificio scoppiò nel quartiere.

Mi fermo un po’ a Common Park e ammiro lo skyline, l’influenza irlandese è forte. Boston è ricca di pub e dicono che il giorno di San Patrizio sia uno spettacolo.

Mi piace, è una metropoli ma l’ho trovata più tranquilla e meno frenetica di New York, cerco qualche scorcio del film The Departed e riparte la musica, ma purtroppo non riconosco niente, pazienza sono pur sempre in città.

Arriva la sera e mi infilo ovviamente in un pub irlandese al J.J. Foley’s Cafè vicino casa e mi gusto una pinta di Guinness, ottima. Vado a casa, domani è il grande giorno.

Mi sveglio euforico e corro letteralmente giù al barber, entro, saluto e mi siedo.

Mi guardo intorno, i ragazzi lavorano sulle facce e sulle teste di due clienti, uno dei due barber mi sembra afroamericano mentre la ragazza al bancone ogni tanto mi guarda e mi sorride. Cerco di capire di che marca siano i prodotti esposti per la cura della barba, lei penserà ad un approccio sentimentale ma io sono già impegnato con la mia barba, come già detto in precedenza, e anche con la spazzola.

Arriva il mio turno, dico al barber che vorrei una spuntatina alla barba e vedendo che i capelli sono apposto si limita ad agire su di essa. Mi chiede da dove vengo e gli parlo un po’ di me e come accenno all’Italia esclama “Uaglio’ my grandfather is Italian”
Faccio un’espressione di finto stupore e dico “From Milan i suppose” e lui “No my friend! He is from Napoli!”

Rido e gli spiego che stavo scherzando e che avevo capito dall’esclamazione, ride anche lui ma non so se per apprezzamento o per pena.

Mi racconta che suo nonno è venuto in America dopo la seconda guerra mondiale, ha lavorato come muratore prima a New York e poi si trasferì a Boston dove nacque suo figlio e poi il nipote.

Gli racconto un po’ dell’Italia e non parliamo di politica, io non chiedo e lui non chiede, apprezzo che la conversazione verta sulla cultura. Mi racconta della cucina speciale di sua nonna e di come gli amici la apprezzassero e si lamenta di come lui non sappia fare gli spaghetti ma sappia fare la barba.

E’ molto simpatico e il tempo vola, la barba è perfetta e un po’ più corta, collo liscio e rasatura di regolazione impeccabile, il negozio ovviamente è in stile tradizionale e lo apprezzo, è quello che cerco.

Mi informo e scopro che anche questo barber è relativamente giovane ma alla fine chi se ne importa basta la professionalità, gusto per il retrò e simpatia, d’altronde siamo in America e sono in un barber, cosa può andare meglio?

La seduta è stata fantastica e il personale sorprendente, me ne vado soddisfatto.

Mi tocca alzare un po’ più la mano per accarezzare la barba perché è più corta e un po’ me ne stupisco ma non ci faccio caso e nei giorni seguenti continuo a visitare la città cercando di cogliere tutto il possibile, di fotografare gli scorci più belli e di assaggiare le pietanze più buone, tra le altre cose ho mangiato un’aragosta fenomenale.

Vorrei vedere i Celtic, la squadra di Basket ma in estate il campionato è sospeso e mi accontento di vedere da fuori lo stadio e di comprare una canotta ufficiale allo store.

Il tempo vola, Boston mi conquista e senza nemmeno accorgermene è passata già un’altra settimana ed è tempo di procedere verso l’ultima tappa del barba viaggio.